Presentato il 29° “Rapporto Immigrazione” della Fondazione Migrantes e della Caritas (Cei): oltre 5 milioni di stranieri che producono il 9 % del Pil, ma serve una migliore “narrazione” della realtà migratoria. Papa Francesco: “raccontare storie”.

Questa mattina è stata presentata a Roma l’edizione n° 29 di un utile strumento di conoscenza del sistema migratorio in Italia, qual è il “Rapporto Immigrazione” promosso e curato da due organismi pastorali della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), la Fondazione Migrantes e la Caritas, intitolato, nell’edizione 2020, “Conoscere per comprendere”.

Si tratta di un’analisi concentrata su dati quantitativi, anche se un qualche tentativo di superare l’approccio prevalentemente statistico si rinnova anno dopo anno, con alterni risultati.

Eppure, lo stesso Pontefice Francesco Bergoglio sottolinea, rispetto alle migrazioni, la necessità di “raccontare storie”, piuttosto che di contare numeri, dato che i migranti non sono – giustappunto – unità statistiche ma esseri umani, nella loro multidimensionalità esistenziale. Citata più volte, da tutti o quasi i relatori, la recente (3 ottobre 2020) enciclica (la terza) di Francesco, “Fratelli tutti”, che ri-afferma una visione umanistica ed armoniosa e coesa della dimensione umana, nel cui ambito la migrazione è una dimensione da considerare con la massima sensibilità..

Comunque, il Rapporto rappresenta sempre uno strumento prezioso di stimolazione del dibattito politico e civile, e va osservato come la dimensione religiosa o ecclesiale non influenzi in alcun modo l’approccio scientifico dell’opera.

La presentazione è stata introdotta da Oliviero Forti, Responsabile delle Politiche Migratorie della Caritas Italiana, e sono intervenuti Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della Cei, Manuela De Marco, ricercatrice della Caritas, il senatore Stanislao Di Piazza (Movimento 5 Stelle), Sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la scrittrice Igiaba Scego, Simone M. Varisco, Fondazione Migrantes, co-curatore del “Rapporto” insieme a Forti e De Marco.

L’iniziativa del “Rapporto Immigrazione” è stata avviata nel 1991 su particolare impulso del promotore della Caritas diocesana di Roma, il compianto Monsignor Luigi Di Liegro (1928-1997). Era stato proprio il promotore Di Liegro a sostenere l’esigenza di disporre di “numeri e dati” adeguati, per combattere il rischio di allarmismi falsificanti, ovvero di un’informazione strillata, dinamica che peraltro si è purtroppo avverata, e che sono ancora oggi prevalenti su alcune testate giornalistiche ed ancor più su web. A distanza di anni, si sente ormai l’esigenza di una migliore “narratività” delle migrazioni (in primis da parte della Rai), così come di una analisi critica della rappresentazione mediale dei migranti e degli stranieri.

Interessante una delle tesi del Rapporto, che ribadisce l’esigenza di legiferare in materia di cittadinanza: “La circostanza che ormai il 64,4 % degli alunni stranieri è nato il Italia ma non ha la cittadinanza, rafforza sempre più la necessità di intervenire a modificare una vecchia legge, superando gli ostruzionismi politici, che legano i minori ad un fenomeno a sua volta ostaggio della politica; ovvero utilizzato per provocare o, al contrario, evitare, conflitto politico”. Tesi sacrosanta, anche se continua ad essere ignorata dalla politica.

Statistiche confermate: gli stranieri rappresentano l’11 % degli occupati in Italia e producono il 9 % del Pil

Dal punto di vista squisitamente “statistico”, il “Rapporto Immigrazione” propone un dataset aggiornato, anche se non innovativo, anche perché lavora su fonti primarie (in primis, dati Ministero dell’Interno ed Istat) già note ed utilizzate dai ricercatori sociali e dai giornalisti specializzati: non è infatti nuovo il dato che un 9 % del Pil è determinato dal contributo degli immigrati, o che l’Iva pagata dai cittadini stranieri ammonta a 2,5 miliardi di euro, a fronte di 27,4 miliardi di euro di redditi, che hanno determinato 13,9 miliardi di contributi e 3,5 miliardi di Irpef…

In Italia, sono 2.505.000 i lavoratori stranieri, che rappresentano il 10,7 % degli occupati totali nel nostro Paese. Il tasso di “occupazione” straniera si attesta intorno al 60,1 %, superiore al 58,8 % degli autoctoni; parallelamente, il tasso di “inattività” degli stranieri extra-Ue (30,2 %), per quanto elevato, risulta comunque inferiore a quello italiano (34,9 %). Si tratta di lavoratori che però guadagnano mediamente meno degli italiani, ovvero degli “autoctoni”: basti osservare che la retribuzione media annua nel 2019 dei lavoratori extra-comunitari è stata inferiore del 35 % a quella del complesso dei lavoratori, ovvero 14.287 euro rispetto a 21.927 euro…

La Cei manifesta apprezzamento per le modifiche ai famigerati “decreti Salvini”: esprime a chiare lettere “viva soddisfazione” per le modifiche ai “decreti sicurezza” promossi da Matteo Salvini quando era Ministro dell’Interno, ed auspica ora “politiche attive di supporto” all’integrazione dei migranti presenti in Italia. “Prendiamo atto – scrivono Migrantes e Caritas con viva soddisfazione, del recente via libera, del Consiglio dei Ministri al decreto legge contenente disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, contenente modifiche dei cosiddetti decreti sicurezza (Decreti Legge 113/2018 e 53/3019), convertiti nelle Leggi 132/2018 e 138/2019”.

Molti gli spunti che il Rapporto fornisce, per esempio a proposito della pandemia: non vi è stato in questi mesi alcun allarme sanitario ricollegabile alla presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese.

Sostiene Monsignor Stefano Russo, Segretario Generale della Cei, nell’“Introduzione” al Rapporto: “non è possibile realizzare un’efficace accoglienza dei migranti se si cura solo l’aspetto economico o lavorativo, ignorando la dimensione sociale e relazionale”. Purtroppo, però questa dimensione sociale e relazionale non è oggetto di particolari approfondimenti, finora, nella letteratura scientifica italiana in materia, e – sia consentito – nemmeno nel “Rapporto” stesso…

Chi disprezza gli stranieri non è “cristiano”

Alcune tesi sono nette: chi disprezza i migranti, non è un cristiano. La conoscenza del fenomeno migratorio va nella direzione di una prospettiva di coscienza che “contrasta apertamente con l’opinione, diffusa a più livelli, che vede nel migrante un’insidia, e nell’opera di coloro che lo soccorrono un pericolo, in quanto spingerebbe altri ad approfittare della solidarietà offerta. Il Rapporto, quindi, oltre ad offrire un rimedio alla scarsa conoscenza del complesso fenomeno migratorio, si oppone anche a tali pregiudizi, generatori di un clima di diffidenza che sfocia, come sappiamo, in atteggiamenti di disprezzo e di violenza”. Si tratta di “sentimenti contrari alla vita cristiana”: “simili gesti e sentimenti sono contrari alla vita cristiana, che nella fede ci porta a riconoscere, in chi è bisognoso del nostro aiuto, un fratello, e, nel più piccolo di essi, il Cristo stesso”.

Queste tesi confermano l’approccio che la Cei ha manifestato nel corso degli ultimi anni: sebbene non si oda più la denuncia vibrante dell’ex Segretario Generale Monsignor Nunzio Galantino (che proprio contro Salvini si era più volte schierato apertamente), l’atteggiamento della Conferenza Episcopale non è sostanzialmente cambiato.

Semplicemente, è stato reso più “soft” nei modi, non nella sostanza.

È stato quindi ridotto il livello dello scontro, anche se molti apprezzavano le tesi radicali, espresse con parole forti, di Nunzio Galantino, che nel giugno del 2018 è stato nominato da Papa Francesco (secondo alcuni vaticanisti, in una dinamica “promoveatur ut amoveatur”) Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede – Apsa (sulle battaglie di Galantino, ad alta visibilità mediatica, vedi “Caritas-Migrantes: 5 milioni di immigrati in Italia. La Cei striglia (di nuovo) la politica”, su “Key4biz” del 5 luglio 2016).

Purtroppo trascurata, ancora una volta, la dimensione culturale dei migranti

Quel che manca al “Rapporto Migrantes-Caritas”, ahinoi completamente, è l’attenzione rispetto alla dimensione culturale della migrazione.

Stimolante, ma purtroppo completamente estraneo rispetto al volume (pubblicato per i tipi della Tau Editrice di Todi, 258 pagine, 15 euro), l’intervento appassionato della scrittrice italo-somala Igiaba Scego, coinvolta come relatrice nella presentazione odierna: “a livello legislativo, noi italiani di origine straniera non siamo accettati. Già nel 2005 ci sembrava che la riforma della legge di cittadinanza fosse estremamente in ritardo. Nel 2020 siamo ancora fermi e questa situazione è terribile”, ha denunciato. Scego si è fatta portavoce degli italiani di origine straniera: “possiamo avere radici di qualsiasi tipo, ma siamo nati o cresciuti in Italia e questo non ci viene riconosciuto. Chi come me ha scelto la scrittura in italiano, lo ha fatto per esprimere questa rabbia ma anche per indagare il tema dell’identità, italiana o originaria”. La giovane e simpatica scrittrice ha sollevato il tema della percezione coloniale, ancora “viva e vegeta” nel nostro Paese: “sguardi e stereotipi sono spesso dettati dall’idea che siamo sudditi di un impero coloniale, più che cittadini”. Scego ha aggiunto che “nei primi anni 2000, gli editori sperimentavano e ascoltavano di più” le voci delle seconde generazioni. Oggi invece, secondo la scrittrice, “c’è molto meno coraggio, che invece andrebbe recuperato, non solo nei libri però: anche nel teatro e nella cinematografia serve dare voce alle tante storie delle nuove generazioni”.

Il killeraggio del progetto speciale Mibact “MigrArti. La cultura unisce”

Le tesi di Scego sono assolutamente condivisibili, ma va segnalato che il Governo guidato da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico non ha invertito la rotta rispetto ad alcune scellerate decisioni assunte dal Governo Conte I, proprio su queste dinamiche: si ricorderà che qualche anno fa, Dario Franceschini Ministro della Cultura aveva promosso, su idea del consigliere Paolo Masini, uno specifico programma di intervento proprio a sostegno delle attività culturali dei migranti, ovvero di immigrati e stranieri in Italia, denominato “MigrArti – La cultura unisce”.

La allora Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni (il dicastero era retto allora, dal giugno 2018 al settembre 2019, dal grillino Alberto Bonisoli) – coerente con la riduttiva concezione salviniana dell’immigrazione – decise di interrompere brutalmente quella esperienza, e Franceschini, tornato a guidare, nel secondo esecutivo guidato da Conte, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, non ha corretto quell’errore madornale.

Il programma “MigrArti” è ancora incomprensibilmente in stand-by.

E peraltro la stessa Cei, ovvero la Fondazione Migrantes, che ha sostenuto fin dalla genesi il progetto di ricerca e promozione “Osservatorio Culture Migranti – L’Immaginario Migrante”, promosso dall’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult con il sostegno del Mibact, dal 2018 ha deciso di non sostenerlo più (nel passaggio di consegne, nel febbraio del 2017, tra l’allora Direttore Generale della Migrantes Monsignor Gian Carlo Perego – elevato al rango di Vescovo di Ferrara – al neo Direttore don Giovanni De Robertis), forse sempre nell’economia di un qual certo allentamento di tensione (seppur nella forma più che nella sostanza) rispetto alle tematiche migratoria.

Alle vicende del commendevole progetto “MigrArti”, abbiamo dedicato grande attenzione anche su queste colonne (si veda “Key4biz” del 27 novembre 2018, “MigrArti, perché il bando per gli immigrati è in stand-by?”), e non resta che augurarsi che il Ministro Franceschini rifornisca di novella linfa vitale l’iniziativa.

L’odierno intervento della scrittrice italo-somala Igiaba Scego alla presentazione del 29° “Rapporto Immigrazione”lascia comunque presagire una novella o rinnovata sensibilità della Cei – ovvero della Migrantes e della Caritas – sulla dimensione culturale (ed anche artistica e mediale) dell’esperienza migratoria.

La dimensione culturale degli immigrati e degli stranieri, territorio ignorato dalla ricerca sociale

Si tratta di un terreno di conoscenza che richiede ancora molto lavoro, e si ha ragione di ritenere che questa esplorazione di esperienze e di aspettative debba essere assolutamente intensificata.

Si tratta di un terreno di conoscenza che finora non è stato oggetto di approfondimenti particolari, anche se si ricorda che le edizioni 2015 (XXV) e 2016 (XXVI) del “Rapporto Immigrazione” avevano finalmente dedicato attenzione alla tematica culturologica e mediologica. Il “nuovo corso” del Rapporto Migrantes-Caritas, ovvero l’edizione 2017-2018 (XVII), ha registrato una radicale re-impostazione dello studio, il cui approccio plurale e polifonico è stato notevolmente ridotto, e questa impostazione è stata purtroppo mantenuta anche nelle successive due edizioni (vedi “Key4biz” del 28 settembre 2018, “Rapporto Migrantes, gap sempre più ampio tra realtà e rappresentazione dei media”).

Si ricordi peraltro che qualche anno fa si è registrato il “divorzio” tra la Fondazione Migrantes e l’Idos, il centro studi e ricerche che aveva co-realizzato il “Rapporto Immigrazione”: Idos, da alcuni anni, si è rivolto, dopo il “crash” con la Cei, alla Tavola Valdese, che finanzia il suo rapporto annuale, che si affianca al “Rapporto Immigrazione”. La prossima edizione del “Dossier Statistico Immigrazione”, curato da Idos e dalla rivista “Confronti”, verrà presentato il prossimo 28 ottobre a Roma. Anche in questo caso, però, purtroppo, prevale l’approccio statistico-quantitativo (a partire dal titolo, esplicito, di dossier “statistico” giustappunto) e la dimensione culturale del fenomeno migratorio è trascurata.

Infine, si dovrebbe anche riflettere sul ruolo di “supplenza” che la Chiesa Cattolica e la Chiesa Valdese svolgono in Italia nello studio del fenomeno migratorio nel suo complesso, di fronte ad un sostanziale – incredibile quanto grave – disinteresse cognitivo da parte delle istituzioni dello Stato italiano.

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