Comprendere chi ha ragione e chi ha torto è impossibile: le percentuali delle quote sono cambiate sulla base di umori e lobby, senza che nessuno possa dimostrare l’efficacia o meno della revisione del Tusma.

L’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult ieri mercoledì 13 marzo 2024 ha segnalato sulle colonne del quotidiano online “Key4biz” l’importanza del parere che la Commissione Cultura (VII) e la Commissione Trasporti IX) del Senato erano chiamate ad esprimere sulla riforma del Tusma ovvero il “Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi” (detto “Tusma” appunto, nello slang) “in considerazione dell’evoluzione delle realtà del mercato, in attuazione della Direttiva Ue 2018/1808” (Atto Governo n. 109): unica voce ad evidenziare la questione “Key4biz”, assieme al quotidiano “Il Fatto” (vedi “Tusma, la “riforma delle quote” nel silenzio dei più”).

Va segnalato che la riforma del Tusma interviene su varie questioni, ma qui ci si concentra – anche oggi – sulla questione delle “quote” che lo Stato impone alle emittenti televisive ed alle piattaforme… ovvero sugli articoli 37 e 38 e 54 e 55 del Tusma.

In sostanza, ieri si è riproposta la eterna querelle tra “liberisti” e “statalisti” nel sistema culturale, ovvero tra coloro che ritengono che lo Stato debba assecondare le logiche del mercato (e quindi l’ottica per la quale vince il più forte) e coloro che ritengono invece che lo Stato debba intervenire per correggere le storture del mercato (incrementare la concorrenza, stimolare il pluralismo imprenditoriale, sostenere i più deboli).

Per le imprese grosse – le emittenti televisive più forti e le piattaforme – meno “lacci e lacciouli” ci sono, meglio è, nel nome del “libero mercato”.

Tutt’altra visione hanno ovviamente i produttori indipendenti, le imprese più piccole, che finiscono per subire lo strapotere dei grandi “player”.

La eterna querelle sui fautori delle “quote” (nate nel 1989 con la Direttiva “Tv Senza Frontiere”) e chi crede nel “libero mercato”, che abbia sempre meno “lacci e lacciuoli”

L’imposizione di “quote” – sia nella programmazione sia negli investimenti – è una questione che risale al secolo scorso, in dibattiti maturati in sede di Parlamento e Commissione Europea, e che ha visto come maggiore protagonista l’ex Presidente della Commissione Cultura Roberto Barzanti, principale promotore della Direttiva “Televisione Senza Frontiere”, che introdusse appunto gli obblighi (che poi ogni Stato membro ha interpretato in autonomia). Correva l’anno 1989…

In sostanza, i “grossi” sostengono che le quote limitano la libertà d’impresa e limitano lo sviluppo soprattutto nella prospettiva internazionale, mentre i “piccoli” sostengono che le quote sono indispensabili per la loro sopravvivenza e per estendere il pluralismo sia imprenditoriale sia espressivo a livello nazionale.

La dialettica poi si moltiplica allorquando il mercato audiovisivo è sempre più globale ovvero planetario, e le politiche nazionali a sostegno dell’audiovisivo determinano maggiore o minore attrattività degli investitori internazionali (per esempio utilizzando la leva del “tax credit”).

Chi redige queste noterelle, forte di oltre trent’anni di studio del sistema culturale, è convinto che il “sistema delle quote” sia benefico per uno sviluppo sano delle industrie cinematografiche e audiovisive nazionali, e vede nella Francia il “benchmark” a livello mondiale (con un sistema di intervento pubblico molto robusto e ben articolato ed un sistema di quote piuttosto rigido). Il discorso è comunque molto complesso e non è questa la sede per approfondirlo oltre.

Nonostante l’importanza della questione, anche oggi giovedì 14 marzo le reazioni – almeno sui media “mainstream” – sono ancora modeste: nessuna attenzione da quasi tutte le testate a stampa, ma spazio notevole sul quotidiano confindustriale “Il Sole 24 Ore” (con un articolo a firma di Andrea Biondi, di approccio complessivamente neutro) e sul quotidiano “la Repubblica” (con un articolo piuttosto critico, antigovernativo, di Aldo Fontanarosa).

Per il resto, disinteresse, se non un’intervista a Iginio Straffi, Presidente della Rainbow, da parte de “Il Fatto Quotidiano”, firmato da Alessandro Ferrucci, che accusa Parlamento e Governo di dover indebolire il settore dell’animazione: “per aiutare Mediaset il governo danneggia le produzioni italiane” (articolo richiamato anche in prima, con “Parla Igino Straffi. Papà delle Winx. La destra cancella il cartoon italiano”).

Anna Laura Orrico (M5s): “Altro che ‘Fratelli d’Italia’, inchinandosi alle major, si sono dimostrati ‘Fratelli di Hollywood’”

Nessun quotidiano ha ripreso le dichiarazioni critiche emerse ieri sera, e rilanciate soltanto dall’agenzia specializzata AgCult (diretta da Ottorino De Sossi), a parere approvato, dal Movimento 5 Stelle e da Alleanza Verdi Sinistra.

Ha dichiarato la deputata Anna Laura Orrico (già Sottosegretaria al Ministero della Cultura nel Governo Conte II): “con le modifiche al Tusma votate oggi il governo elimina una garanzia fondamentale che tutelava le produzioni audiovisive cinematografiche indipendenti italiane. Nel sistema delle quote e delle sotto-quote era previsto che ‘almeno’ una percentuale venisse destinata agli obblighi di investimento in opere indipendenti italiane. Togliendo l’avverbio ‘almeno’ si apre il far west, perché i fornitori di servizi media ora potranno scegliere di destinare una quota inferiore, alla faccia della tutela dell’italianità!”.

Ulteriore critica: “l’altra gravissima retromarcia è aver eliminato il riferimento alla possibilità, per il Ministero della Cultura, di adottare un regolamento per definire chi è il produttore indipendente. Si trattava di una garanzia molto importante per sostenere l’industria audiovisiva e cinematografica italiana. Tra l’altro l’Agcom nel 2023 ha segnalato al governo che questa definizione è essenziale, poiché ad oggi spesso gli investimenti dati dagli obblighi previsti dalla legge e dal Tax Credit finiscono nelle casse di produzioni straniere o fintamente italiane, cioè produzioni che appartengono ad holding con sede in Paesi stranieri. Insomma il governo tradisce il cinema indipendente italiano”.

Ironico commento finale: “altro che ‘Fratelli d’Italia’, inchinandosi alle major, si sono dimostrati ‘Fratelli di Hollywood’”, ha concluso Anna Laura Orrico.

La domanda è: ma questo gioco di percentuali rafforza o meno il sostegno dello Stato alla produzione del ‘made in Italy’ audiovisivo? Per Mollicone (FdI) sì, per Orrico (M5s) e Piccolotti e Ghirra (Avs) e Casu e Verducci (Pd) no…

Il Presidente della Commissione Cultura della Camera (nonché Responsabile Cultura di Fratelli d’Italia) Federico Mollicone non ha dubbi. Ha dichiarato ieri: “allineati con il Sottosegretario Borgonzoni e il Ministro Sangiuliano, abbiamo rafforzato il sostegno alla produzione italiana”.

In particolare, ha evidenziato Mollicone, “l’esplicita richiesta delle sotto quote dell’animazione, fatto qualificante del Parlamento italiano e del Governo, è volta a sostenere l’animazione italiana rispetto all’invasione del prodotto estero”.

Di parere avverso gli esponenti di Alleanza Verdi Sinistra Elisabetta Piccolotti e Francesca Ghirra, delle Commissioni Cultura e Trasporti-Tlc di Montecitorio: “oggi nelle Commissioni Riunite Trasporti e Cultura di Montecitorio, la maggioranza ha presentato un parere sulla riforma del Tusma che colpisce negativamente da tanti punti di vista. In primis, perché la nuova versione del testo ripropone l’antica questione del conflitto di interessi, accogliendo molte delle richieste avanzate da Mediaset, a partire dalla rimodulazione delle quote di investimento in film, serie, documentari italiani da parte delle piattaforme, fino al comma 33, dove con la stabilizzazione del limite di affollamento per il servizio pubblico al 6 per cento rispetto al precedente 7 assesta un colpo non banale alla Rai, che perde risorse economiche a favore di altri operatori del settore”.

Piccolotti e Ghirra ritengono “negativa anche l’assenza di una definizione più attenta del concetto di ‘produttore indipendente’ cui consegue un indebolimento di fatto sul mercato di queste produzioni”.

Le due affrontano poi un tema ideologico e mediologico (sul quale sarà opportuno presto tornare): “contestiamo la scelta di prevedere il contrasto della ‘cancel culture’, una questione ideologica di fatto assente dal dibattito italiano, mentre sono dimenticate norme per il contrasto della violenza di genere e dei linguaggi discriminatori che in Italia producono la piaga del femminicidio con decine di vittime ogni anno. Infine male anche la sostituzione del ‘Comitato di applicazione del Codice di autoregolamentazione media e minori’ con un comitato consultivo inter-istituzionale con compiti di promozione e ricerca sui temi di alfabetizzazione mediatica e digitale. Di fatto con questa scelta infatti si indeboliscono i poteri di denuncia e di controllo a protezione dei minori di una autorità terza e si rafforza il potere delle autorità politiche quali i ministeri, tra cui il Ministero della Famiglia. Ancora una volta, anche in questo testo, fa capolino quindi l’intenzione della destra di imporre la sua visione culturale nel mondo dei media a discapito di equilibrio, pluralismo e libertà e per questo ancora una volta come Alleanza Verdi e Sinistra abbiamo espresso il nostro voto contrario”.

Si segnala che il Partito Democratico si è associato al voto contrario del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi Sinistra.

Comunque più cauto il parere del Partito Democratico. Il deputato Andrea Casu ha dichiarato a “la Repubblica” in edicola oggi: “purtroppo il Parlamento chiede di modificare radicalmente i fondamenti di un mercato che non si è nemmeno degnato di ascoltare”. In effetti – come abbiamo denunciato anche su queste colonne – la richiesta degli autori (attraverso le tre principali associazioni: 100autoriAnacWgi) di essere auditi in Commissione non è stata accolta. Sempre per il Pd, Francesco Verducci ha sostenuto che queste modifiche indeboliscono le capacità dei produttori indipendenti italiani di fronteggiare i giganti dell’intrattenimento…

Ma qual è la situazione degli ‘investimenti obbligatori’ attualmente? Nel 2021, secondo i dati della Relazione Agcom 2023, tutto andava bene. E allora?

Qual è la situazione degli “investimenti obbligatori” attualmente?! L’unica fonte cui si possono attingere informazioni ufficiali è l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

Si ricordi che l’Agcom ha approvato nel 2022 il nuovo regolamento in materia di obblighi di opere europee ed indipendenti (Delibera 424/22/Cons) andando così a sostituire il precedente, approvato nel 2018.

L’Agcom, nella sua ultima “Relazione al Parlamento”, presentata il 19 luglio 2023, sostiene, per quanto riguarda l’analisi della situazione nell’anno 2021 (duemilaventuno), che tutto sarebbe nella norma, rispetto alla normativa allora vigente…

Anche in questo caso, ci si domanda in premessa quali siano le ragioni di questo ritardo di elaborazione della “Relazione” dell’Agcom, dato che si ha ragione di ritenere che esistano sistemi informatici e gestione dei database che consentano, al luglio del 2023, di acquisire i dati relativi all’anno 2022… Ma questo – come dire?! – è un altro discorso.

Scrive Agcom (vedi pag. 57 della Relazione 2023):

Per quanto riguarda gli obblighi di investimento in opere europee di produttori indipendenti, il dato medio risulta pari al 24,3 %, pressoché stabile rispetto allo scorso anno, e ben superiore alle soglie minime di legge, pari al 12,5 % per le emittenti private e al 15 % per la concessionaria del servizio pubblico”.

Agcom propone una tabella che (Grafico 2.3.2), a fronte della succitata media del 24,3 %, precisa meglio.

Quote di investimento in opere europee

di produttori indipendenti per emittenti nazionali

(anno 2021)

33,4 %            Discovery Italia

31,1 %            Sky Italia

25,8 %            Rete Blu (Sat2000)

24,1 %            La7

23,9 %            Rai

17,9 %            Walt Disney

13,6 %            Rti (Mediaset)

Qualcosa non quadra.

La norma vigente prevede che le televisioni commerciali investano il 12,5 % degli “introiti netti annui” nel “pre-acquisto, nell’acquisto o nella produzione di opere audiovisive indipendenti”.

La decisione assunta ieri dalle Commissioni Cultura e Trasporti della Camera prevede che questa quota venga ridotta dal 12,5 % al 10 %: qual è il senso della modificazione, se questa soglia minima è rispettata da tutti gli operatori?! (O almeno così era nel 2021…)

Va anche osservato che non viene proposto da Agcom alcun dato in relazione alle opere audiovisive di “espressione originale italiana”. Questo dato viene invece proposto per quanto riguarda gli obblighi di “programmazione” – ovvero di trasmissione, di palinsesto – e viene quantificato nel 38 %, a fronte del complessivo 66 % di opere europee, ben oltre la soglia minima del 50 % prevista per legge…

Va precisato che queste statistiche vengono elaborate sulla base di autocertificazioni delle emittenti, anche se si ha ragione di ritenere che Agcom vada ad effettuare le opportune verifiche.

In argomento, si legge anche nella Relazione: “al fine di dare maggiore flessibilità agli operatori, il regolamento introduce una fase di contraddittorio prima dell’irrogazione della sanzione, prevedendo la possibilità di recuperare i mancati investimenti attraverso il raggiungimento di una quota superiore nel corso dell’anno successivo”.

Questa fase di “contraddittorio” non ha alcuna pubblica evidenza, e quindi resta chiusa nelle segrete stanze di Via Isonzo.

Non si ha notizia di “sanzioni”, quindi si immagina che l’Autorità abbia ritenuto che tutti gli operatori stanno rispettando gli obblighi di legge.

I dati dell’Agcom non aiutano granché a capire la vera verità

Continua Agcom (nella Relazione del luglio 2023): “nel 2021, il valore complessivo degli investimenti dichiarati dai principali fornitori di servizi di media audiovisivi lineari risulta essere di poco superiore a 1 miliardo di euro (1.017,8 milioni), un dato in netta crescita in rapporto agli 814,8 milioni di euro riportati per il 2020, che testimoniavano l’impatto negativo della pandemia sul settore”.

E specifica: “gli investimenti si sono orientati prevalentemente verso i generi dell’intrattenimento e della fiction, che raggiungono rispettivamente il 35 % e il 27 % circa del totale, pressoché stabili rispetto allo scorso anno, mentre il genere film passa dal 25 % nel 2020 al 20 % nel 2021. Con riferimento alla tipologia di investimento, si sottolinea come le emittenti abbiano fatto ricorso a tutte le modalità previste dal Testo unico. Nel dettaglio, gli investimenti in produzione, soprattutto in opere di intrattenimento, rappresentano il 53 % del totale. L’acquisto – che costituisce il 9 % circa, in netto calo rispetto all’anno precedente – è utilizzato soprattutto per quanto riguarda i documentari, le fiction e i film. Il pre-acquisto, tipico dell’investimento in prodotti cinematografici, costituisce invece il 25,5%, mentre la co-produzione, utilizzata principalmente per le opere di fiction e animazione, si attesta al 12,7 %.

Le osservazioni maturate ieri dal Parlamento prevedono che le emittenti, diverse dalla tv pubblica, riservino alla produzione o acquisto di opere europee prodotte da produttori indipendenti una quota dei propri introiti netti annui in Italia del 10 % rispetto alla precedente previsione che indicava una quota “non inferiore al 12,5%”.

Di contro sale invece da “almeno” il 50 % al 70 % la quota dei predetti investimenti da destinare ad “opere italiane”.

Scende invece all’1,75 %, dal precedente 3,5 % degli introiti netti, la sotto-quota “italiana” riservata ai produttori indipendenti…

Va detto chiaro e tondo… anzi, va denunciato: questi strani giochi numerici (tra simpatici sali e scendi…)  non sono basati da un set di dati che possa consentire di comprenderne il senso logico e mediologico. E politico (senso politico inteso qui come “politica culturale”).

Esattamente come avviene per il tanto decantato (per anni) e da qualche tempo criticato (seppur da una minoranza) “tax credit” cinematografico e audiovisivo, si legifera e si governa sulla base di impressioni, piuttosto che sulla base di valutazioni di impatto. E sulla base delle pressioni di potentati e gruppi di interesse.

Chi può effettivamente dimostrare “per tabulas” che le quote obbligatorie siano state benefiche per il sistema audiovisivo italiano?

Chi può effettivamente dimostrare “per tabulas” che le quote obbligatorie siano state benefiche per il sistema audiovisivo italiano, allorquando il sistema stesso è stato drogato da un meccanismo diffuso e pervasivo di “tax credit” rispetto al quale nessuno ha finora prodotto una valutazione di impatto?!

L’IsICult è convinto che una analisi comparativa dei sistemi pubblici di intervento a favore dell’audiovisivo a livello internazionale possa dimostrare ciò, ma il dataset per l’Italia è totalmente deficitario. Quindi anche questa numerologia ludica intorno alle percentuali delle quote obbligatorie è frutto di grande approssimazione e superficialità.

Va segnalato che “l’autorità” (ahinoi…) ovvero l’Agcom si esprime laconicamente anche rispetto alle piattaforme, ovvero agli “operatori di video on demand”, sempre per quanto riguarda gli obblighi di investimento, ed anche qui sembra tutto sotto controllo, almeno per quanto riguarda l’anno 2021:

“Per la verifica 2021 sono stati raccolti, come nel 2020, anche i dati relativi agli investimenti in opere audiovisive europee realizzate da produttori indipendenti effettuati dagli operatori di video on demand che, ancorché stabiliti all’estero, offrono servizi diretti al pubblico italiano. In questo caso, il valore medio dei dati comunicati all’Autorità si attesta al 44 % degli investimenti complessivamente effettuati in Italia, pari a circa 149 milioni di euroben oltre la soglia di legge del 15 % prevista dal Testo Unico”.

In sintesi, secondo Agcom, va (andava) tutto bene.

Naturale emerge il quesito: se va tutto bene, perché si è ritenuto e si ritiene di dover modificare l’assetto del sistema delle quote?!

Sulla base di quali criteri logici e metodologici, dati oggettivi ed analisi incontrovertibili, si ritiene di modificare le quote percentuali?!

C’è qualcosa che non ci convince, e nuovamente si ripropone un quesito: sulla base di quale “dataset” Governo e Parlamento ritengono di mettere mano all’attuale sistema di obblighi?!

Per quanto riguarda le piattaforme, e cioè i “media audiovisivi a richiesta”, le Commissioni VII e IX hanno deciso ieri 13 marzo che debba scendere dal 20 % al 16 % la quota di introiti da destinare agli investimenti in opere prodotte dagli indipendenti.

Questa percentuale del 16 % è inferiore alla previsione iniziale che era stata stabilita al 17 % fino al 31 dicembre 2022, al 18 % cento dal 1° gennaio 2023 e, appunto, al 20 % a partire dal 1° gennaio 2024.

Non ci risulta siano pubblicamente disponibili i dati relativi al consuntivo dell’anno 2022 ed ovviamente nemmeno quelli relativi all’anno 2023 (nulla è pubblico, se non la succitata relazione dell’Agcom al Parlamento): con quale criterio, di conseguenza, si legifera?!

Con quale criterio si legifera, in assenza di dati accurati ed aggiornati?

Ed anche per le piattaforme sale invece dal 50 % al 70 % la quota riservata alle opere di espressione originale italiana.

scende da un quinto (20 %) a un decimo (10 %) la “sotto-quota” per i produttori indipendenti.

La situazione è complessa e contorta: per esempio, c’è chi ritiene che la riduzione dell’obbligo di investimento dal 12,5 al 10 % sia “compensata” – per quanto riguarda la produzione nazionale – dall’incremento della percentuale a favore della produzione indipendente italiana dal 50 % al 70 %.

Pallottoliere alla mano, c’è chi calcola: il 50 % del 12,5 % corrisponde all’6,25 %, mentre il 70 % del 10 % corrisponde a 7,00 %. Ci sarebbe quindi un… incremento, passando dal 6,25 % al 7,00 %.

Giochi di unità e decimali, sempre riponendo fiducia assoluta (cieca) nelle verifiche dell’Agcom…

In sostanza, questo gioco di percentuali può essere interpretato positivamente (vedi la posizione di Federico Mollicone in nome del Governo e della maggioranza) o negativamente (vedi le posizioni di M5s, Avs, Pd), ma senza che nessuno possa dimostrare la vera verità.

Semplicemente perché i dati non ci sono.

Ancora una volta, quindi, prevale approssimazione e nasometria.

Ed il gioco dei poteri forti e delle lobby.

L’impressione di chi redige queste noterelle è che comunque in questa partita stiano prevalendo gli interessi di Mediaset e quelli di Netflix, con buona pace di quelli degli produttori indipendenti… Un’altra ondata di neoliberismo e mercatismo, insomma.

Clicca qui, per il parere approvato dalle Commissioni VII (Cultura, Scienza e Istruzione) e IX (Trasporti, Poste, Telecomunicazioni) del Senato della Repubblica riunite, sull’Atto del Governo 109, Correttivo testo unico dei servizi di media audiovisivi in considerazione dell’evoluzione delle realtà del mercato, 13 marzo 2024.

[ Nota: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”.

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