da “Huffpost”[02.10.25]: “Rai sempre più trash e senza identità, e la crisi (occultata) del cinema italiano”
da “Huffpost”[02.10.25]: “Rai sempre più trash e senza identità, e la crisi (occultata) del cinema italiano”
La politica culturale senza rotta del governo Meloni: contraddizioni di una strategia che non c’è, l’assenza di un “new deal” alternativo
Lo scenario complessivo della “politica culturale” del governo guidato da Giorgia Meloni mostra molta confusione e tante contraddizioni: evidente è l’assenza di una strategia lungimirante e la prevalenza di una gestione sostanzialmente conservativa, rispetto agli assetti pre-esistenti, al di là di quella “rivoluzione dolce” teorizzata retoricamente da Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera e per due volte ministro mancato (gli sono stati preferiti due giornalisti – dapprima Gennaro Sangiuliano e poi Alessandro Giuli – certamente intellettuali organici al partito, ma non storici militanti come Mollicone). Poco o nulla delle sue battaglie culturali si ritrova oggi nelle politiche del governo.
Di fatto, manca alla destra di governo (assente Forza Italia…) una visione d’insieme e un approccio sistemico, una strategia di rottura, e i tentativi di riforma del sistema culturale si sono finora dimostrati deboli e timidi. Se ne ha riprova, riprendendo in mano il corposo tomo dato alle stampe a fine 2021 da Federico Mollicone, intitolato “L’Italia in scena. La cultura, l’innovazione, la pandemia. Tre anni di battaglie fuori e dentro il Palazzo per costruire la Destra di governo” (edito da Pagine / I Libri del Borghese), con prefazione di Giorgia Meloni. Altresì dicasi per il suo “Rapporto XVIII Legislatura”, pubblicato nell’agosto 2022 (da Edizioni Aforisma341.it, il sito web di Mollicone), nel quale rivendicava di essere “3° sul ramo della Camera per numero di ordini del giorno presentati, 17° per numero di atti di sindacato ispettivo presentati e 20° per numero di proposte di legge” (dati proposti come “indice di produttività parlamentare”). Tutto questo non gli ha consentito – purtroppo per lui – di essere nominato da Giorgia Meloni come ministro della Cultura… E molto poco di quanto tratteggiato in quelle pagine trova conferma nelle politiche attuali del governo.
Per quanto riguarda specificamente il cinema (e l’audiovisivo) è evidente che la presidente del Consiglio ha assicurato nell’ottobre 2022 all’alleato Matteo Salvini che “la delega” (esclusiva) sarebbe stata confermata alla senatrice leghista Lucia Borgonzoni, la quale può vantare di essere la più longeva sottosegretaria alla cultura della storia d’Italia, passando da un governo all’altro di differenti cromie. Ma si osservi che Borgonzoni ha anche la delega per le “industrie culturali e creative” (dalla moda al design), anche se il suo focus storico è sempre stato il cinema e l’audiovisivo: si ricordi che è stata lei a dirigere – tra l’altro – l’impostazione degli oltre 150 milioni di euro dei bandi “Tocc” acronimo che sta per “Transizione Organismi Culturali e Creativi” (promossi dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea). E che la sottosegretaria non abbia innovato, nelle metodiche di gestione delle risorse pubbliche, è confermato dall’incredibile assenza di trasparenza. Sono stati infatti assegnati ben 155 milioni di euro a oltre 2.320 soggetti, senza che nemmeno siano mai stati resi pubblici i nomi dei progetti, i titoli delle iniziative sovvenzionate con questi fondi Pnrr (incredibile, ma vero), ma soltanto l’identità dei proponenti ed il contributo pubblico assegnato. Ciò basti, per confermare l’assenza di un “new deal” nelle politiche culturali italiane, nel passaggio da una maggioranza di governo ad un’altra. Innovazione tecnocratica e meritocratica?! Zero.
La vicenda Rai è anch’essa sintomatica di un profondo deficit di strategia culturale della destra di governo (al di là della solita occupazione di alcune stanze dei bottoni, con logiche d’amichettismo e clientela) all’assenza di una visione che vada oltre la trita retorica dell’“orgoglio” della Nazione (anzi della Patria), delle sue radici storiche… Il complessivo calo di audience e una serie di flop di programmi d’intrattenimento penosi provocano il sorriso del principale “competitor” qual è (e non dovrebbe essere) il Gruppo Mediaset. Non entriamo qui nel merito di fallimenti plateali come “BellaMa’ di Sera” (condotto da Pierluigi Diaco) cancellato pochi giorni fa dopo due puntate dagli ascolti disastrosi, ma anche programmi come “Freeze – Chi sta fermo vince!” (format di origine nipponica prodotto dalla multinazionale Fremantle… come se in Rai non vi fossero autori e creativi per inventarsi qualcosa di meno idiota e trash!) confermano la deriva commerciale e mercatista della tv pubblica: la sua continua perdita di identità come “servizio pubblico”…
Al punto tale che è facilmente salito in cattedra lo stesso amministratore delegato di Mediaset: Pier Silvio Berlusconi a inizio settembre – in occasione dell’avvio dello scontro tra “La Ruota della Fortuna” (Canale 5) e “Affari Tuoi” (Rai 1), vinto come audience da Cologno – ha dichiarato che “i nostri concorrenti vanno in onda con un gioco che non è un gioco, in cui si vincono tanti soldi solo legati alla fortuna, senza nessun merito e nessuna reale prova da superare”.
D’altronde già nel maggio scorso, era stata la stessa “Striscia la Notizia” di Canale 5 a domandarsi (retoricamente) se “Affari Tuoi” stimolasse la ludopatia, rilanciando il parere di Maurizio Fiasco, sociologo esperto di gioco d’azzardo e dipendenze: “ad ‘Affari Tuoi’, c’è un progetto che riproduce tutte le procedure più tipiche del coinvolgimento e dell’induzione al gioco d’azzardo”. L’inviato Jimmy Ghione registrò anche il parere critico di Stefano Candiani della Lega (membro della Commissione Vigilanza Rai): “è una riflessione che andrà posta perché in tanti soggetti, soprattutto nei più deboli, si crea una falsa aspettativa. Regalare soldi facilmente significa creare una visione della vita distorta”… Riccardo Magi (+Europa) dichiarò che è “impressionante che ciò avvenga sul servizio pubblico, per il quale le persone pagano il canone… è scandaloso… è puramente azzardo”. Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” segnalò come nel “Contratto di Servizio” 2018-2022, tra il Ministero dello Sviluppo Economico (allora Mise, divenuto poi Mimit) e la Rai, era prevista “l’assenza di messaggi pubblicitari sul gioco d’azzardo per favorire il contrasto alla ludopatia”, ma che, nel contratto successivo 2023-2028, la stessa indicazione è sparita…
In argomento, si ricordi che il gioco d’azzardo registra in Italia fatturati da record (raccolta di 154 miliardi di euro nel 2024, corrispondenti al 7% del Pil), entrate fiscali minime, a fronte di costi sociali enormi per oltre 1,5 milioni di giocatori problematici: un dramma psico-sociale che viene spesso ignorato o comunque sottodimensionato, nonostante qualche voce fuori dal coro continui a denunciare la gravità del fenomeno, come in occasione della pubblicazione della terza edizione del “Libro Nero dell’Azzardo” promosso da Cgil assieme a Federconsumatori e Fondazione Isscom (titolo “Mafie, dipendenze, giovani, Europa”) presentata a luglio 2025. In ambito mediologico-culturologico, si registra una sostanziale crescita della pubblicizzazione dell’azzardo, anche attraverso strumentali inviti al “gioco responsabile”, che altro non sono che l’aggiramento dei pochi residui divieti: in Italia, lo Stato è ormai un vero perverso biscazziere, subdolo stimolatore del degrado del tessuto culturale della nostra società… Nel marzo 2025, la pubblicità del gioco d’azzardo nel calcio è stata reintrodotta (cancellando il divieto imposto nel 2018 con il cosiddetto “Decreto Dignità” – fortemente voluto dall’allora premier Giuseppe Conte – divieto peraltro spesso aggirato): una decisione della maggioranza (su iniziativa di Fratelli d’Italia), diametralmente opposta a quanto sbandierato nel 2015… e qualcuno ricorda quando Matteo Salvini e la stessa Giorgia Meloni si scagliavano contro: “gli spot vanno vietati, producono miseria, povertà, droga, suicidi”…
Sul caso dei “pacchi” di Rai1, intervenne anche la presidente della Commissione Vigilanza Rai Barbara Floridia (M5s), che a maggio scorso condivise il problema, ma lamentò che la sua Commissione era bloccata ovvero nella impossibilità di operare: a distanza di quasi sei mesi da allora, lo stallo a Palazzo Macuto permane, ed è la riprova del deficit di strategia di politica culturale della maggioranza.
Il 1° ottobre, il sindacato dei giornalisti della tv pubblica UsigRai ha denunciato: “da un anno la Rai è senza presidente. Questo perché i partiti non hanno trovato un accordo su un nome che per legge deve avere i due terzi dei voti in commissione di Vigilanza”: in effetti, perdura il surreale “muro contro muro” di veti incrociati tra maggioranza e opposizione sul nome di Simona Agnes. “La maggioranza di governo blocca il lavoro della Commissione, facendo mancare ad ogni convocazione il numero legale”, scrive ancora l’UsigRai elencando poi tutte le conseguenze dello stop forzato: “è così venuta meno l’attività istituzionale di controllo, indirizzo e vigilanza sulla Rai… Bloccate le audizioni di vertici aziendali, direzioni editoriali e sindacati. Nessun confronto sull’andamento dell’azienda, nonostante il preoccupante calo degli ascolti”.
Il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha definito questo stallo politico “sconfortante”, ma la situazione resta immutata.
Intanto il termine per la presentazione degli emendamenti alla proposta di riforma Rai presentata dai partiti di governo slitta dal 2 al 9 settembre 2025. L’atteggiamento delle opposizioni permane confuso e nebbioso, e si conferma la difficoltà di addivenire – anche rispetto alla tv pubblica – a una visione condivisa di “campo largo”.
D’altronde, né il Pd né il M5s né Avs hanno promosso laboratori pubblici – aperti e plurali – sulla possibile riforma della Rai (e nemmeno si ha pubblica evidenza degli emendamenti in gestazione), e ciò basti per confermare la riproduzione di dinamiche partitocratiche vecchie e poco partecipative, assai poco democratiche.
Anche sullo specifico del cinema, la situazione resta confusa e contraddittoria: i dati Cnel-Inps rilanciati dall’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult sul crollo dell’occupazione nel settore cine-audiovisivo (nel 2024 si è registrato un -90 % rispetto al 2023) sono stati contestati dalla sottosegretaria Lucia Borgonzoni, ma con modalità maldestre e numerologie fantasiose, a fronte del silenzio totale da parte del Ministro Alessandro Giuli, così come delle principali associazioni imprenditoriali (Anica, Apa, Ape, Confartigianato Cinema Audiovisivo, Cna…) e degli stessi sindacati (nessuna reazione da parte della Cgil Slc)…
Il settore resta in crisi acuta, ma la regia della “riforma” della Legge Franceschini del 2016 resta saldamente in mano alla senatrice Lucia Borgonzoni, definita recentemente dal senatore dem Francesco Verducci “la sottosegretaria onnipotente”. La quale, qualche tempo fa, precisò giornalisticamente che lei ha avuto specifica delega sul settore soltanto dal luglio 2018 al settembre 2019, e poi dal dicembre 2023 ad oggi, specificando che “per più di 3 anni, proprio durante l’operato del Ministro Franceschini”, non aveva avuto nessuna delega al settore. E rivendicava che nel luglio 2022, quando era a capo del Dipartimento Cultura della Lega (non avendo a quel tempo la delega all’audiovisivo), fece presentare una risoluzione in aula volta a “rivedere e razionalizzare i crediti d’imposta riservati alla produzione di opere cinematografiche e audiovisivo, per evitare rischi di utilizzo improprio delle risorse messe a disposizione”. Ben prima, quindi, dagli “scandali” del Tax Credit cine-audiovisivo scoperti dal ministro Sangiuliano. Sono trascorsi oltre 3 anni da quel bell’intendimento di Borgonzoni e la situazione permane confusa e paralizzata, sia a causa delle contraddizioni della sua riforma sia da una macchina burocratica ancora deficitaria di risorse ed inevitabilmente lentissima: basti osservare che, a distanza di 3 mesi dalle dimissioni dello storico Dg Nicola Borrelli, la Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura è senza Direttore Generale. Cosa attende il ministro Giuli?! Centinaia e centinaia di “pratiche” sono bloccate… dall’assenza di firma. E ciò basti… La responsabilità di questa struttura sottodimensionata (anche rispetto all’esigenza di controlli) va attribuita soprattutto alle decisioni assunte dai ministri che si sono avvicendati nel corso degli anni al Collegio Romano: hanno consentito che il Principe allargasse i cordoni della borsa, indiscriminatamente e senza adeguate valutazioni di impatto.
Tra pochi giorni, però, iniziano a Roma due scintillanti kermesse che consentiranno alla sottosegretaria Borgonzoni di rilanciare il suo ostinato ottimismo: dal 6 al 10 ottobre, l’edizione n° 11 del “Mia – Mercato Internazionale Audiovisivo” (promosso da Anica ed Apa, ovviamente grazie alle ricche sovvenzioni ministeriali); dal 15 al 26 ottobre, l’edizione n° 20 della “Festa del Cinema di Roma” (anch’essa generosamente finanziata dalla mano pubblica, senza valutazioni del suo reale impatto).
Il sempiterno “panem et circenses” – riferito al settore culturale italiano – evidenza un eccesso di spettacolarità dopata, che cozza con le gravi condizioni strutturali del settore, con una crescente disoccupazione dei lavoratori culturali, sempre più precari e poveri. E chi prova a raccontare la realtà viene spesso liquidato come menagramo.
Ancora una volta, le logiche effimere del “red carpet” consentiranno al governo di autocelebrarsi rispetto alle proprie eccezionali capacità. Con buona pace di una visione strategica innovativa e di una “politica culturale” della destra realmente alternativa rispetto al passato. Prevale respiro corto, deficit di idee, e sostanziale conservazione, riproduzione dell’esistente. Incluse le storiche basse pratiche di gestione del potere. Altro che possibili rivoluzioni di ispirazione… futurista!
Angelo Zaccone Teodosi
Articoli correlati
Articoli recenti
- da “il Fatto Quotidiano” [13.3.2026]: “Caso Cinecittà, trasparenza cercasi: con quali criteri si affidano gli incarichi pubblici della cultura?” 13 Marzo, 2026
- da “L’Altravoce” [6.3.2026]: “Quel deficit di strategia che penalizza la cultura” 6 Marzo, 2026
- [3.3.2026] L’agenzia stampa AgCult rilancia l’intervento del Presidente IsICult in Commissione Cultura della Camera 3 Marzo, 2026
- [3.3.2026] Zaccone (Presidente IsICult) audito in Commissione Cultura su nuova Legge Cinema e Audiovisivo 3 Marzo, 2026
- da “il Fatto Quotidiano” [1.3.2026]: “Nessuna trasparenza su Fondo Cinema e ‘copia privata’: zero condivisione, zero innovazione” 1 Marzo, 2026



